Il Sentiero Ciuccio
Il Sentiero “Ciuccio”
Questo sentiero, essendo in assoluto il più vicino alla piazza del paese, per secoli è stato utilizzato dagli abitanti di Capranica per i motivi più disparati: c’era chi scendeva per andare a lavorare alla cava, chi portava gli animali al pascolo, chi andava verso San Vito, chi a Pisoniano.
In autunno quella piccola stradina si affollava di persone che andavano alle vigne, alle castagne, alle olive.
Qui, passavano alcuni dei pellegrinaggi diretti al Santuario della Santissima Trinità o al convento dei frati a San Francesco, vicino Bellegra.
Per anni, lungo questo sentiero hanno risuonato le voci degli abitanti di Capranica che scherzavano ritornando dal lavoro o imprecavano per quella ulteriore fatica quotidiana che era
risalire verso casa.
La zona attraversata è denominata Valle Pera, perché Pera è un cognome di Capranica e la zona era un tempo proprietà di quella famiglia.
Verso la metà del suo percorso il sentiero oltrepassa un fosso dove, si racconta, gli asini (anche detti Ciucci o Somari) erano abituati a sostare per fare i loro bisogni. Questa zona è
conosciuta come “Forma Malutimpu” perché con le piogge il fosso s’ingrossava e scorreva impetuoso fino al castagneto.
Percorrendo il sentiero si possono ancora ammirare dei veri e propri scalini, squadrati ed inseriti lungo il percorso a facilitarne il cammino, alla manutenzione dei quali provvedevano anche i pastori con l’acquisto dopo la raccolta delle castagne,dell’erba per i propri greggi direttamente dai proprietari dei lotti (le “particelle”) del castagneto.
Il ciuccio o somaro era l’animale più impiegato dai nostri antenati, per trasportare la “soma”, cioè il carico che poteva essere la legna , le castagne raccolte, o quant’altro.
Essendo percorribile dai somari questo sentiero era stato scelto anche per crostruire una “Calecara”.
Questa era in pratica una fornace per la produzione della calce.
Dapprima veniva scelta la pietra da ardere che doveva necessariamente essere la “pietra viva” delle cave.
Le pietre venivano quindi trasportate con gli asini lungo il sentiero di ciuccio direttamente sul posto.
Qui iniziava la costruzione della “Calecara”, per la quale venivano chiamati appositamente dai paesi di Rocca di Cave o Pisoniano, gli esperti dell’arte.Le pietre dovevano infatti essere disposte una sull’altra, tenute insieme dalla creta, in modo da formare una specie di cono, alla base del quale doveva essere ricavata un’apertura per immettere la legna di cui la zona è particolarmente ricca, al cui trasporto generalmente provvedevano le donne.
Il fuoco doveva ardere giorno e notte per 20 giorni di seguito, e quindi essere costantemente alimentato dagli uomini che dividendosi in turni di sorveglianza, rimanevano sul posto a
presidiare la fornace, attrezzandosi per passarvi la notte in giacigli o capanne.
Al termine dei 20 giorni, le pietre ormai cotte, venivano rimosse e trasformate in calce, da vendere anche ai paesi vicini, da cui arrivavano numerosi gli acquirenti.
Lungo il sentiero dal ritorno dal castagneto le donne camminando facevano la calza o trasportavano i neonati sulla testa dentro la “Canestrella”.
Qualcun altro favorito dall’umidità della zona, si dedicava alla ricerca ed alla raccolta delle lumache,i cosiddetti “Ciammutti”.
All’inizio ed alla fine del sentiero erano piantate due croci e non è difficile immaginare uomini e donne che devotamente si segnavano al passaggio iniziando e concludendo il cammino.
Poi venne l’auto e venne l’emigrazione e venne anche sempre meno gente.
I campi, i boschi, le olive: piano piano tutto venne abbandonato e anno dopo anno anche le voci lungo le strada si affievolirono e si fecero sempre più deboli.
Man mano che tutto questo accadeva contemporaneamente insieme a quel mondo spariva pure piano piano la gente – i vecchi.
Nel tempo, lentamente, la natura fece il suo corso e il sentiero quasi sparì.




